Dodici proverbi per Bruegel

 



di
Santo Mangiameli

L'umano come immensa moltitudine; continua dispersione di volti, gesti e movenze. Una vita, forse la vita, quella delle e nelle strade. Una densa porzione di follie cromatiche, un poliedrico urlo di tinte ricche, campiture intense e gioco di specchi indeterminato. Una dedizione fiamminga verso il reale e al di là del reale. Sinusoide analitica nelle assurdità del quotidiano. L'Ossessione per il microcosmo, per la rivelazione allegorica della maledizione umana, una lucida ricerca del peccato. L'angoscia dei volti serenamente tirati all'espressionismo esistenziale. L'alienazione del lavoro nell'immobilismo dei proverbi. La fissità del destino umano contrapposto al seme della pazzia. La Dedizione Cristiana ed il rigore dell'irrazionalismo.
Affreschi inquietanti, pitture che negano ogni ambizione rinascimentale: il genio non esiste, l'uomo non è dato nel suo essere storico, non nel suo plasticismo volumetrico, non nell'esclusivo culto dell'io. L'uomo è moltitudine, è complessità, è inquietudine, terrore, è smarrimento nel volgare, è progenie del peccato.
A chi il peso della redenzione? Demolizione istantanea d'ogni certezza, mondo alla rovescia, sfera con una croce d'oro in giù. Marionette in un palcoscenico senza luci. Marionette senz'anima. Giochi cromatici affidati a dissonanze, manifesto di un eterno controsenso. Così come piccola imbarcazione senza vele in un vento di morte. E' e non può che non essere un sogno alla Rabelais, una percezione del grottesco, un sentimento di sfiducia; l'umana bruttezza che dà fiducia, l'amore per il rovescio che dà speranza, l'arte che supera il decesso, il gusto che nasce dai vizi, il piacere del tutto laico nello scrutare il reale così peccaminoso e così attraente.
Contadini, preti, donne, vecchie, bambini, maiali, anatre, pecore, cavalli, pesci, monaci, gatti, militari, pazzi, asini, campi arati. Architetture ancora medievali, che nascondono spazi angusti, tutte in mattoni, legno e paglia, un cielo sempre riflessivo, telai, taverne, insegne indecifrabili, ruote di carri, coltelli, brocche, cani e quant'altro. Non può esserci separazione nel reale, questa vita "globale" è solo un velame di sofferenze, d'abbandono, di Quaresima senza fine. Tutto è gioco burlesco, è un "ridere rauco", un incubo in un'amara follia. Silenzioso amante di una pennellata sottile e violenta, larga nei pieni e sottile nei vuoti:
Bruegel delle meraviglie, Bruegel della nuova Babele, Bruegel il Vecchio. Bruegel e l'epopea popolare del mio contadino.

La neve che è bianca, su un cielo azzurro scivola nell'olio dell'Anarchia, dritta, tersa fino in fondo, dove il confine è fatuamente netto, raccolto nelle zigrinature della tela durante il freddo di una giornata buia.
Ridere è poi un obbligo; di Chi e di Cosa? Tutto, ridere di tutto. Di ciò che brucia di colore autunnale, delle mille cappe grigie, grosse e senza Dio, delle calde sottane delle mogli rotonde e sode, così del sudore e dei baffi dei contadini del nord, dei gendarmi a cavallo stupidi ed ubriachi.
Tira un vento, un vortice d'umana speranza e di lucida follia nel ricordo del ritorno di un vecchio Icaro.

 

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