P
er quattro giorni consecutivi va in scena “L’opera da tre soldi”, con la regia dello stessso Punzo e la partecipazione dei detenuti-attori. Il primo laboratorio, la prima sfida, coinvolgono il testo brechtiano, irrispettato nella sua forma, masticato a fondo nel suo senso di poesia politica brutalizzante della realtà. Uno dei detenuti-prostituta minaccia con la pistola in mano il pubblico seduto per terra nel cortile del carcere di Volterra, sullo sfondo le guardie carcerarie e le celle impenetrabili (reali), un riassunto di violenza proveniente da tutte le parti; comincia un balletto a ritmo di charleston che si ripete ossessivamente per una decina di minuti, i colori e i gesti vacui parodizzanti del varietà e dello spettacolo da prima serata, ora come negli anni ’30, deflagrano con la carica del loro sarcasmo tra gli spettatori che ridono istericamente e introducono al cabaret di pezzenti, furfanti, puttane, mascalzoni e assassini. “Armando ama il metodo Stanislawsky”, mi racconta Massimo, iscritto alla facoltà di Economia di Pisa, un anno per uscire dalle patrie galere e una cultura profonda ed enciclopedica nonostante i suoi 26 anni, “ma non è l’unico mezzo che abbiamo utilizzato. Abbiamo registrato decine di ore di prove e persino le pause per trovare, riguardandole, i gesti, le azioni e le parole che potevano essere utili, abbiamo poi lavorato sull’improvvisazione, sul canto, è un lavoro che non si può mai dire concluso”. E proprio per quanto riguarda il canto i maggiori sforzi sono stati compiuti da Nicola Camarda, al suo ottavo anno di lavoro con la Compagnia della Fortezza. Ha riscritto i testi cantati in palermitano stretto interpretando un Mackie Messer che, sulla base musicale scritta per Brecht da Kurt Weil e suonata dal vivo da Vincenzo Lo Monaco, sbeffeggia i pudori posticci con parole salate e danze di ventre. C’è molta politica fin dall’inizio e lo stesso Vincenzo, anch’egli palermitano e con cinque anni ancora da passare “in una cella oscura, che la diritta via era smarrita”, è uno dei protagonisti degli attacchi più forti alla classe politica che non se la passa in galera solo perchè detiene soldi e potere. Il pregiudicato Silvio Berlusconi è ovviamente l’imputato principale più volte chiamato in causa, ma anche al papa non viene risparmiata una frecciata alla presenza del vescovo locale. Vincenzo mi dice “ho cominciato a studiare musica da autodidatta in carcere, ma prima che mi trasferissero in questo di Volterra ho concluso poco, c’erano sempre problemi con i dirigenti e i sorveglianti; qua, grazie anche alla presenza di Armando le cose sono più facili, ci sono posti, come a Prato, dove la vita in prigione è un inferno di degradazione”.

E dopo il monologo, una rabbiosa e lirica richiesta d’amore mimata da un pezzente gobbo scritta e recitata da Vincenzo, il cortile diventa quel luogo caotico che sono le nostre città, le nostre televisioni: le sparatorie, l’ostentazione della forza, il sesso edulcorato e prezzolato delle hotline e delle strade, il voyerismo morboso, chierici e puttane fumano il sigaro abbracciati, le coppie eleganti si scambiano i partner. E’ caduta definitivamente la barriera tra chi commette il reato e il borghese, coicidono, e in questo il significato che Brecht aveva dato alla sua Opera negli anni ’20 viene non solo rispettato ma reso forse ancora più palese.

Finita la prima parte gli attori guidano il pubblico in un’ala oscura della galera, in un labirinto di cellette alcune organizzate a bisca, dove a nessuno manca una pistola, altre sono bordelli miserabili con le “ragazze” vestite di strass d’argento, altre ancora sono cabaret di straccioni e ricconi indistinguibili, mentre lungo i corridoi, a tratti, qualcuno degli attori si ferma a sussurrare, a gridare o cantare la propria parte. Potrebbero essere le strade di Torino, Roma o Catania, le loro televisioni e la loro audience, la loro malattia. Sui muri campeggiano scritte e graffiti “il comunismo è morto”, questo è quello che rimane dell’uomo; fuori, nel cortile, viene appeso un lenzuolo con su scritto “pane e acqua per tutti”, una minaccia o l’ultima forma possibile di solidarietà?



VolterraTeatro 2002

L’Opera da tre soldi
Compagnia della Fortezza
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testi e foto di Gianluca Ferro


il carcere di Volterra





online da settembre 2002
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