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e panche di legno messe in cerchio attorno a una larga e melmosa pozza di fango, un re e una regina di paglia e carta straccia inguainati in tute da meccanico a guardia del prezioso regno, così Letizia Quintavalla, regista del Teatro delle Briciole di Parma, ha immaginato la scena delittuosa del Macbeth Shakespeariano.

Tre attori, l’esaltante Salvatore Arena, la stregata Paola Crecchi e Claudio Guain, guerriero anziano e forte, s’impossessano e si scambiano i personaggi che nello scritto dell’autore inglese hanno spiccati e conflittuali caratteri (a)morali e ce li mostrano rivoltati nei loro panni sudici di sangue, non rivoltanti ma tragicamente farseschi, ridicoli e umani.

A chi non piacerebbe essere re? A chi non piacerebbe sollazzarsi tutto il giorno mentre gli altri sudano e faticano? Anche coloro che sarebbero istintivamente portati a escludersi dalla capricciosa e bambinesca smania di dire <<tutto è mio>>, scivolando lentamente dentro lo spettacolo, quasi psicanaliticamente, ritrovano meccanismi perfetti di menti imperfette assediate dal dubbio.

Il dubbio è quanto Shakespeare stesso aveva iniettato scrivendo le vicende del “re per un giorno” e della sua tenera e perfida consorte, il dubbio che manipolati dalla sorte, dagli affetti e dalle nostre molte voci intime, perdiamo di vista la portata e il confine delle nistre azioni, questo è quello che Fango “ruba” all’originale per ridarcelo senza le tinte oscure e quell’aura di evento mitico che contraddistingue l’antica e lontana corte del re scozzese.

Il delirio di potenza viene riportato nella dimensione di fatto comune, comune come il fango, sostanza appiccicosa e scivolosa, sporca e sensuale, così simile al potere da poterne diventare una metafora derisoria, messa in luce con sarcasmo tagliante e divertente, con fulminante susseguirsi di tempi drammatici e comici, perchè comunque si ride molto in questo spettacolo delle vanità umane.

Bruno Lanzetti accompagna la messa in scena con voce adeguatamente inadeguata cantando arie estrapolate dal Macbeth verdiano, miscelando malinconia e ironia, versi originali e parole improvvisate sui fatti, tutto per farci pensare all’incapacità di comandare propria del potere o, per usare la similitudine illuminante del testo, per guardare al potere come al vestito di un gigante indossato da un nano.

Poveri e sobri i costumi intrisi di melma, perfettamente ideati da Patrizia Caggiati, dietro il lavoro di reinvenzione del testo drammaturgico si nascondono le mani di Bruno Stori, Gianfranco Tondini, Jean Pierre Ostende e della stessa regista Letizia Quintavalla che si è occupata anche delle scene.

VolterraTeatro 2002

Fango
del Teatro delle Briciole

testi e foto di Gianluca Ferro


 

 


 

 

 

online da settembre 2002
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