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In un lunghissimo monologo condotto senza prendere mai fiato da Marco Cavicchioli, accompagnato da Salvatore Panu con fisarmonica, scacciapensieri, percussioni e monosillabi, scopriamo di che materia sono fatte queste ombre. Sono molteplici e dalle diverse gradazioni, tante quante le anime che in 150 anni di storia del comunismo hanno investito vite e idee per dare forma a un sogno o per costruirsi una fortuna personale. Su proposta dello stesso Cavicchioli e del giornalista Andrea Schianchi, con il patrocinio del Teatro Stabile delle Marche, alcune delle migliori penne italiane sono state invitate a dare voce agli spettri: Mauro Covacich e Michele Serra, Carlo Lucarelli e Aldo Nove, Francesco Piccolo, Roberto Alaimo, senza dimenticare Marcello Fois, Massimo Carlotto e Gianmario Villalta, tutti insieme sulla carta per esprimere illusioni e delusioni, nostalgie , incubi e poesie appartenenti a un mondo rosso divenuto per alcuni eredità sconcia, per altri ancora un punto di riferimento morale. Cavicchioli mette in scena la galleria di umani del presaente e del passato che con questo mondo hanno a che fare per un pubblico che gradualmente si riconosce nei personaggi, negli stereotipi e nei sogni e che partecipa divertito e commosso. Rievoca sul palco i burocrati bolscevichi che hanno fatto e poi ucciso la rivoluzione russa, i tribuni, gli inquisitori, definisce Stalin (dal testo di Carlotto) inquietante e banale; fa vibrare le visioni del poeta morto suicida Esenin: <<lottobre mi riconobbe. E quella era uninfanzia. Era linizio del mondo. Ma era già la fine.>>. Ricorda Garcia Lorca, poeta con lorrore delle armi, fucilato dai miliziani franchisti, fa apparire tra gli altri Mario Teràn, sottufficiale dellesercito boliviano che inveisce contro il mondo irriconoscente sebbene lui lo abbia sbarazzato dal diavolo in persona, Ernesto Guevara, poco prima di mezzogiorno del 9 ottobre 1967. Le figure più ironiche, dolci-amare, sono quelle ispirate al comunismo di casa nostra: lo studente che per protesta contro il padre borghese se ne va di casa ma torna a casa a ora di pranzo che la mamma ha cotto il fagiano, lanziano Pepo di Reggio Emila terrorizzato dopo la caduta del muro di Berlino che gli possano togliere la statua di Lenin dalla piazza, il cinquantenne che a ventanni non stava nè con lo stato nè con le bierre e in età matura vota berlusca. Cavicchioli per due ore ci tiene col fiato mozzato, un occhio lucido e un sorriso a volte stretto dai morsi del mea culpa, altre volte esploso in risate, rosse anche quelle, ovviamente. Lui crede in tutti i personaggi che incarna e allunga le loro ombre sulle coscienze di chi lo ascolta, <<comunismo, comunista, si può ancora dire?>> la risposta della piazza, non una di manifestanti ma quella degli spettatori, è pressocchè unanime e lultimo brano, scritto da Michele Serra, ci riconcilia sinteticamente con una storia ancora non conclusa. Al termine Salvatore Panu, silenzioso e bravissimo contrappunto musicale al fiume di parole ed emozioni, dedica i più che meritati applausi al ricordo di Carlo Giuliani, ucciso perchè sognava ancora. |
Ombre
rosse |
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online
da settembre 2002
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