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prima parte:
introduzione, Popoli o Nazioni
Al tempo stesso in cui assistiamo allo sviluppo di una identità
europea, in seguito all'unione degli stati presenti in questo territorio,
possiamo constatare il delinearsi di una identità degli esclusi.
Questa realtà è costituita, a mio avviso, da due componenti:
_ I popoli già esistenti nel territorio europeo.
_ I popoli che si vanno configurando come conseguenza del fenomeno dell'immigrazione.
Faccio questo azzardato parallelismo tra entrambe le realtà, tenendo
bene in mente le differenze sostanziali rispetto al trattamento riservato
a ciascuna di esse da parte dello stato, che è comunque, uno stato
ospitante per entrambe. (Approfondirò in seguito questo aspetto).
Sono, inoltre, consapevole della divergenza esistente negli obbiettivi
fra ambedue le realtà riguardo alla definizione della propria identità
nel contesto dello stato. Per i primi, cioè i popoli già
esistenti, l'aspirazione è quella di vedere riconosciuta la loro
identità, del tutto diversa da quella dello stato in cui sono integrati.
Per quanto riguarda i popoli di nuova configurazione è sicuramente
prematuro parlare del flusso di persone immigrante in termini di popolo,
per la relativa novità del fenomeno, ma anche perché la
loro presenza è molto limitata. Per queste persone l'esigenza primaria
è quella di essere integrate nello stato di accoglienza in quanto
cittadini di diritto.
Popoli
o Nazioni?
La configurazione della maggior parte degli attuali stati, coinvolti nel
processo di unione europea, è caratterizzato dalla presenza di
popoli diversi che, per svariate ragioni politiche e storiche, sono stati
inclusi nella loro struttura.
Mi riferisco ai catalani, galiziani e baschi integrati nello stato spagnolo;
i bretoni, corsi e occitani in quello francese; i sardi e, sempre in Italia
ma in una posizione di confine, i valdostani, retiani e ladini (i popoli
conosciuti come retiano-romanici); i frisoni, oggi divisi fra Paesi Bassi
e Germania; irlandesi, scozzesi e gallesi nel Regno Unito, ecc.
Bisogna tener presente che la nascita di questi popoli, oggi minoritari,
risale allo stesso periodo dei popoli che, per ragioni di carattere storico,
politico e militare sono diventati la maggioranza e, di seguito, i fautori
dello stato.
Nei popoli minori esiste, a differenza degli stati, una corrispondenza
tra cultura, lingua, storia ed il territorio che essi occupano all'interno
dello stato. Questa corrispondenza, che è uno dei principi fondanti
l'identità nazionale, non è sufficiente perché sia
riconosciuto a queste realtà minoritarie il diritto ad esistere
in modo indipendente.
La condizione di nazione non dipende dalla quantità di territorio
occupato o dal numero di persone che vi abitano, ma dalla condivisione
di una identità che, in quanto tale, è comune a tutti.
Nazioni mancate, dunque, -non hanno un governo indipendente- che non sono
contemplate nel progetto di unità europea. Non sono considerati
interlocutori validi dal costituendo stato unico europeo e non hanno,
di conseguenza, una rappresentanza diretta nelle nuove strutture democratiche
di tale contesto, se non attraverso lo stato in cui sono integrate.
La realtà di questi popoli varia in relazione al rapporto con lo
stato ospitante. Nella maggior parte di questi esiste già da alcuni
anni un processo di decentralizzazione che conferisce ai popoli un nuovo
status: da semplici regioni che erano, sono diventate "regioni autonome".
Un processo che non intacca l'unità territoriale dello stato e
che si arresta sul punto del passaggio ad una organicità statale
di tipo federale per rimanere fedele al modello di stato unico. Infatti,
pur essendo diventati regioni autonome, questi popoli sono considerati
dallo stato parte integrante del proprio territorio. (Una scelta in senso
federativo significherebbe il riconoscimento di questi popoli come nazioni).
In alcuni casi la decentralizzazione in atto ha visto conferire dallo
stato centrale agli enti governanti, democraticamente eletti, queste nuove
regioni autonome il diritto ad usare in modo co-officiale la propria lingua;
la gestione diretta di una parte delle risorse economiche proprie ed il
trasferimento di alcune competenze, quali la sanità, l'ordine pubblico
e l'educazione.
Questo processo di decentramento non è uguale in tutti gli stati
della cosmogonia europea e, quindi, esistono anche sostanziali differenze
nel livello di autonomia raggiunta tra i diversi popoli implicati in questo
processo di rivendicazione.
Non entrerò qui in merito ad una valutazione sul metodo che ognuno
di questi popoli ha scelto per assecondare le proprie aspirazioni. Il
mio tentativo era quello di costatarne l'esistenza. Dirò soltanto
che così come esistono scelte di tipo violento, la maggior parte
di questi popoli ha scelto la via del dialogo politico. Sono convinto
che nei casi in cui la violenza - ETA ed IRA- ha preso il sopravvento,
la ragione è da attribuire all'incapacità di intavolare
un dialogo tra lo stato centrale ed i due popoli cui si riferiscono le
due organizzazioni citate. Fermo restando che non intendo giustificare
affatto la violenza come scelta, in nessun caso.
Considero legittime le aspirazioni di questi popoli all'autodeterminazione,
ma ancor prima all'accettazione ed al rispetto da parte della maggioranza.
Condizioni che non coincidono, a mio avviso, con lo stabilimento di nuove
frontiere. Non è lo stato politico ciò che è agognato
(anche se non posso escludere che sia così per tutti), ma il raggiungimento
di uno stato di diritto in cui sia possibile una coesistenza basata sulla
conoscenza, sul rispetto mutuo e sull'accettazione dell'altro. Sarebbe
così difficile?
Comunque, quando sembrava consolidarsi la scelta politica della decentralizzazione
statale, ecco configurarsi nell'orizzonte politico una centralizzazione
ad uno stadio superiore e all'interno del quale gli attuali stati diventeranno
le nuove regioni dell'Europa Unita.
Quale futuro, dunque per queste nazioni mancate?
Diventeranno delle "riserve" culturali?
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Tavolaeuropa
di
Anton Roca 
>prima
parte: introduzione, Popoli o Nazioni
>seconda parte: I nuovi popoli; l'Unione
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