seconda parte: I nuovi popoli; l'Unione

I nuovi popoli
Nella categoria degli esclusi, oltre al crogiolo di nazioni mancate presenti sul territorio europeo, si affianca oggi una seconda componente. Essa è costituita dal flusso costante di persone provenienti da stati geograficamente situati al di fuori del territorio europeo. "Extraeuropei" appunto, con una cultura, una lingua ed una spiritualità, quest'ultima solo per una parte dei nuovi arrivati, diverse da quelle tradizionalmente presenti in Europa.
Diversità che arricchiscono il già variegato mosaico linguistico e culturale del territorio europeo ed, allo stesso tempo, introducono una quarta componente spirituale, cioè la religione musulmana, nel panorama di religioni già esistenti: cattolica, protestante ed ebraica.
Tenendo conto poi del numero di paesi coinvolti nel fenomeno dell'immigrazione, bisognerebbe più propriamente parlare di tanti popoli piuttosto che di un unico popolo. Il loro obbiettivo primario però è quello di essere integrati nella struttura statale in quanto cittadini di diritto. Quindi di assumere come propria l'identità dello stato.
A differenza delle rivendicazioni primarie, di natura esistenziale, quali il lavoro, la casa, la sanità, ecc., le rivendicazioni riguardo la propria identità collettiva differenziata dalla maggioranza della popolazione dello stato, avvengono in modo indiretto. Passano, cioè, attraverso il diritto ad esprimere la propria spiritualità. Si tenga conto del ruolo della sfera spirituale nel tenere viva una identità culturale collettiva, specialmente nelle situazioni in cui non si hanno dei diritti di carattere storico sul territorio o in quelle situazioni in cui una minoranza e in forte svantaggio rispetto alla maggioranza.
La loro presenza è, infatti, limitata a piccole zone all'interno del territorio dello stato: una strada, un quartiere, ecc. Questi spazi diventano i loro nuovi territori, nei quali vi si esprime sia la lingua sia la religione di origine. (Si pensi ai quartieri della periferia parigina, dove la cultura del paese ospitante è pressoché inesistente).
In questo modo si verifica, anche se in una proporzione ridotta, la stessa corrispondenza che, nel caso dei popoli europei, definiva l'identità nazionale. Se la condizione di nazione non è in rapporto alla quantità del territorio che essa occupa o al numero di persone che ci abitano, allo stesso modo, anche un piccolo gruppo può ritrovare un senso di comunità, quindi di popolo, in un territorio ridotto. Anche nel caso in cui l'abitare un determinato territorio non ne significa il possesso. Uso il termine di possesso di un territorio in relazione all'esistenza di una qualche forma legittima di governo.
In ogni caso, questo flusso è all'origine di un fenomeno che in un futuro non lontano potrebbe diventare la costituzione di nuovi popoli all'interno del territorio europeo. Penso, però, sarà molto difficile si verifichi per loro il riconoscimento in quanto popolo, ed in seguito, di una identità nazionale. La prospettiva con cui gli stati europei guardano questi nuovi arrivi è quella di vincolare la loro presenza ad una identità ed appartenenza extraterritoriale, i paesi di origine appunto, piuttosto che considerare loro parte integrante dello stato, prima, e del costituendo ambito europeo dopo. Abitano di fatto un territorio del quale non possono sentirsene parte. La realtà ci dimostra che sono esclusi in partenza.
Non è un caso si definisca questa nuova popolazione con l'appellativo di "extracomunitari", come a precludere una qualunque possibilità di integrazione nell'ambito comunitario.
In realtà gli immigrati sarebbero da considerarsi fra i primi, tra gli europei, perché il loro arrivo non risponde al desiderio di integrarsi in uno stato europeo in particolare, ma nel nuovo contesto globale europeo. Magari attirati dal miraggio o dal fascino che l'Europa suscita nelle popolazioni di paesi in cui le condizioni di vita sono di estremo disagio. Di resto, mi sembra legittima l'aspirazione a migliorare le proprie condizioni di vita.
Che vogliamo ammetterlo o no, questa è una grande epopea del nostro tempo. L'impresa da loro compiuta per raggiungere questo particolare "nuovo mondo" non è tanto distante da altri fenomeni migratori del passato, ancora oggi considerati dei miti. La realtà però vuole che il territorio di arrivo non sia un territorio vergine oppure non solo abitato da "selvaggi".
Quale futuro per questi popoli mancati?

L'Unione
Fino ad oggi il progetto di unione europea si è caratterizzato dall'unione degli interessi economici, tralasciando quella coesione culturale fondamentale per far crescere dal basso l'idea di unità. Anziché poggiare su basi culturali, questa koinè degli interessi, cala dall'alto verso il basso come una "imposizione" conveniente.
Questa formulazione di fondo non incontra, certamente, le aspirazioni dei popoli (nazioni mancate), ivi presenti, nei loro desideri di libertà politica, ma soprattutto culturale.
Se è così per questi, quale potrà essere, dunque, il ruolo dei futuri popoli frutto dell'immigrazione?
L'idea di unità, che è un'idea forte, rischia di non raggiungere una realizzazione piena proprio per la non comprensione delle diversità. Sebbene sia possibile raggiungere l'unione politica degli stati, essa dovrebbe, per diventare una realtà di fatto, corrispondersi con la realtà del territorio che si vuole unito e che, come abbiamo visto, è caratterizzato da un mosaico di culture e di lingue variegate. La costituzione di una struttura sovrastatale a livello europeo comporta il pericolo che questa ricchezza venga vanificata.
Quindi, la nuova Europa dovrà tener conto, per diventare una struttura pluralistica, democratica ed in sintonia con la realtà del territorio, anche degli esclusi, e non unicamente degli stati riconosciuti.
Il rischio della esclusione dei popoli minori è quello di originare una realtà parallela all'interno del contesto statale europeo. Ciò darebbe luogo ad una convivenza senza che ci sia un vero contatto fra la realtà statale e quelle minori. Vedi un caso fra tutti: gli Stati Uniti. Uno stato nel quale non esistono formalmente differenze di alcun genere. La realtà è però che la sognata terra della libertà ha ancora oggi un colore dominante.
Fino a quando è sostenibile una convivenza la cui caratteristica sia la sopportazione dell'abitare un medesimo territorio, ma senza una vera condivisione? Penso ora alla realtà dei paesi Balcanici dove una situazione assai simile a quella descritta si è rivelata, con una facilità estrema, un terreno fertile al dilagare dell'odio razziale, etnico e religioso. Una città come Sarajevo, una volta modello di convivenza, è diventata lo scenario tangibile di ciò che l'Europa ha il dovere, ma anche l'esigenza, di evitare al proprio futuro.
Non è questo il modello che, credo, ci si dovrebbe aspettare da una possibile unità europea. Il vero "stato di diritto" è quello in grado di garantire e di comprendere sullo stesso piano tutte le diversità presenti, indipendentemente dalla quantità numerica; da aspetti quali il colore della pelle; il credo religioso o per addotte ragioni di nascita.
Senza questi presupposti le problematiche, le tensioni e le espressioni di razzismo sarebbero all'ordine del giorno. Più di quanto non lo siano già oggi.
Questo rischio e meno forte nel contesto europeo, rispetto agli altri contesti citati, non perché gli europei siano immuni dal razzismo, ma perché la presenza di nuovi arrivati sul territorio, quindi la pressione sulla maggioranza, è minore. Infatti, è costante il verificarsi di episodi di intolleranza e prepotenza nei confronti della popolazione immigrata. Atti isolati e compiuti da una minoranza, ma con la silente complicità della maggioranza.

Tavolaeuropa
di Anton Roca

>prima parte: introduzione; popoli o nazioni
>seconda parte: I nuovi popoli; l'Unione

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